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Giovanni Pascoli: il tema della morte nella letteratura

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Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, figlio quartogenito di Caterina Vincenzi Alloccatelli e di Ruggero Pascoli, è stato uno degli autori più influenti di fine ottocento.
La sua formazione rientra nel positivismo, ma è considerato il maggior poeta decadente italiano, caratterizzato da una visione pessimistica della vita e della società. Un altro elemento fondamentale nella poetica di Pascoli è il simbolismo, dove cerca di descrivere i tormenti dell’anima attraverso la natura, nella quale vedeva la sua infanzia perduta.
La famiglia è uno dei temi centrali nella poesia di Pascoli, per lui rappresenta un “nido” sicuro, nel quale rifugiarsi dal crudele mondo esterno. La morte viene rappresentata dall’autore con parole simboliche, ripetute in molte delle sue poesie; infatti, non è sempre definito in modo esplicito il suo complesso rapporto con la morte, definita dal poeta come una presenza che incombe sugli uomini, ma che al contempo ha un ruolo confortante e consolatorio, celandosi dietro simboli e allusioni.
La sua produzione artistica è stata molto influenzata dalla sua biografia e da avvenimenti drammatici che gli sono accaduti durante l’adolescenza, come la morte della madre e di alcuni fratelli; ma soprattutto l’avvenimento più traumatico per l’autore è sicuramente l’assasinio del padre, avvenuto il 10 agosto 1867, data che darà il nome a una delle sue poesie più commoventi e ricca di significati, ovvero X Agosto.

“San Lorenzo, Io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!”

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